IL GOVERNO DEI GIUDICI E LA GLOBALIZZAZIONE

Di Luigi Pecchioli

Esiste in Italia e non solo un problema serio che non può più essere dissimulato: lo slittamento progressivo dalla democrazia alla giuristocrazia.

Il termine “giuristocrazia” è la traduzione italiana di “juristocracy”, utilizzato da Ran Hirschl nel suo saggio “Towards juristocracy”: Hirschl, professore di Scienze Politiche e Legislazione all’Università di Toronto, esaminando le recenti costituzioni di paesi come il Canada, la Nuova Zelanda, Israele e Sud Africa, dimostra che queste legislazioni, più che il frutto di una visione politica generale e popolare che tutela la democrazia e la giustizia sociale, sono uno strumento per il perseguimento di interessi particolari e strategie egemoniche di élite politiche, economiche e giudiziarie. Il riconoscimento e la concessione di diritti in campo civile che formano il contenuto principale di queste costituzioni rafforzano l’idea liberista di società slegate, formate da individui singoli facenti parte di comunità con deboli legami che spingono per ottenere sempre più diritti nella sfera personale e la stessa politica si riduce nella loro continua concessione, senza più una visione collettiva e sociale.

E’ evidente che in una tale società chi interpreta, regola e riconosce in pratica tali diritti ha il reale potere e questi sono i giudici. Il potere giudiziario ha così scavalcato la politica, sottomettendola al suo giudizio, trasformandosi in detentore e portatore della legge, quindi di una specie di virtù morale, perché parla ed agisce in suo nome. Il sociologo Mathieu Bock-Coté, autore di “Le multiculturalisme come religion politique” un saggio contro la società moderna individualista e narcisista, nel suo recente articolo su Le Figarò del 10 luglio 2018 “La réinvention du despotisme éclairé” ha scritto: “Il governo dei Giudici corrisponde a una forma di regime post-democratico che riposa su un trasferimento di sovranità dissimulata dietro l’apparenza della continuità istituzionale. Il teatro elettorale è mantenuto ma gli eletti dispongono di un potere sempre più fittizio. Il governo dei giudici non è tanto una deviazione dalla democrazia liberale: ne è piuttosto il suo inveramento. In nome dell’espansione senza fine della logica dei diritti, il governo dei giudici condanna la possibilità per un popolo di autodeterminarsi. Programma l’impotenza della politica, mascherata in forma superiore di umanismo.

Il governo dei giudici, la giuristocrazia, non è altro che un aspetto del più generale fenomeno dell’avanzata della tecnocrazia nei Paesi occidentali. Non sono più infatti i politici a decidere i destini dei loro governati, ma, attraverso legislazioni che impongono regole strette e tassative riguardo alla gestione della cosa pubblica e trattati, come quello dell’Unione Europea, che delimitano strettamente il percorso percorribile dalla politica, sono essi ad essere sottoposti al potere dei tecnici, rimanendo loro solo il ruolo di esecutori, più o meno consenzienti, delle regole dettate da questi.

Secondo il filosofo Emanuele Severino la tecnica, da mero strumento, si è fatta scopo, anzi il solo scopo, della nostra epoca, piegando al suo servizio anche la democrazia e le sue regole. Visto nel suo insieme essa appare pienamente funzionale a accrescere il potere delle forze che guidano la globalizzazione.

Qui ritorna ancora una volta il concetto di “indipendenza” che è il fulcro della presa di potere neo-liberista dagli anni ’80: le Corti sono “indipendenti”, la legge è “oggettiva”, pertanto l’autorità dei giudici è indiscussa e indiscutibile, anche e soprattutto dalla politica. Avendo poi quest’ultima affidato ai giudici, anche per inerzia e forse paura, il controllo della legittimità del suo operare, con la sovrapposizione del piano della correttezza a quello della liceità penale, il potere giudiziario si è sentito autorizzato a diventare un vero e proprio “arbitro morale” della politica, condizionandola attraverso interventi che, pur mascherati da “tecnici” in ossequio alle leggi vigenti, sono da considerare a tutti gli effetti un’intrusione nei compiti della politica, perseguendo ideali e visioni di assetto sociale o addirittura geopolitico.

Tutto ciò è una manna per la globalizzazione. La giuristocrazia è infatti perfettamente funzionale al suo progetto di (de)costruzione sociale, poiché impedisce alla dimensione politica di elaborare strategie per il futuro, soprattutto impedisce di elaborare strategie che divergano dalle prospettive del globalismo sociale ed economico voluto dalle élite. Lo scontro in atto è quindi fra soggetti che trovano la loro legittimazione dal voto popolare e soggetti che sono stati solo nominati e che formano una vera e propria oligarchia, al servizio, consapevole o meno, dell’ideale liberista di sostituzione dei diritti sociali (diritto al lavoro, al welfare, ad un salario dignitoso) con quelli civili. Esserne consapevoli significa poter scegliere quale futuro si vuole per se stessi e per le generazioni future, se essere una società forte e coesa che punta al benessere o “cittadini del mondo”, senza tutele, meri fruitori, o meglio, “consumatori” di diritti.

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