LA REALTA’, LA NARRAZIONE E HERCULE POIROT

Di Luigi Pecchioli

 

La vivida impressione datami dall’intervento a chiusura del Goofy (così viene chiamato familiarmente il congresso annuale organizzato da Asimmetrie, quest’anno dal titolo evocativo “Più Italia”) de Il Pedante (pseudonimo sotto il quale si cela un musicista – epistemologo dalla mente più che brillante), durante la presentazione del suo libro “La crisi narrata”, mi ha portato ad alcune considerazioni su un possibile strumento da utilizzare per decostruire questa narrazione della realtà che ci circonda.

Che la realtà sia sempre e comunque qualcosa di percepito e non di oggettivo è noto in generale fin dai tempi di Bertrand Russel e della sua teoria dei “sensibilia”: noi non conosciamo l’oggetto “tavolo”, ma solo le percezioni sensoriali che esso ci provoca. La teoria della comunicazione poi ci indica che il dato comunicato non è mai oggettivo, ma è condizionato e quindi modificato nel suo contenuto informativo sia dal background interpretativo del trasmittente che da quello del ricevente, per cui la stessa parola, persino una semplice definizione, può portare ad avere un senso diverso, così da provocare una diversa rappresentazione della realtà descritta, nella mente dei due soggetti coinvolti. Se ciò è vero, allora non conosciamo la realtà, qualunque cosa essa sia, ma la sua rappresentazione, mediata dai sensi, se ne abbiamo esperienza diretta, o, appunto, la sua narrazione/descrizione, se non l’abbiamo. Inoltre, come ben sa chi si occupa di comunicazione e media, la realtà distante da noi esiste solo se e quando è raccontata: quello di cui i media non si occupano è pertanto “inesistente” agli occhi dell’opinione pubblica. Da qui l’importanza di poter controllare i mezzi di informazione, poiché esso diventa un controllo sulla realtà stessa. In un mondo pieno di informazioni, come ho già espresso tempo addietro in un mio scritto, ci si affida a chi le veicola e filtra per conoscere quello che accade intorno a noi, con il paradossale risultato di essere meno informati di quando circolavano meno dati.

Date queste condizioni diventa indispensabile, per non cadere nella trappola della propaganda, ovvero dell’informazione gestita ed indirizzata per fini specifici, avere degli strumenti di decodifica del “racconto”. Deve essere chiara una premessa: in un mondo dove l’esperienza empirica agisce solo in minima parte per la nostra costruzione della realtà, non esiste un metodo “naturale”, istintivo per discernere fra vero e falso, fra informazione e propaganda (o come si dice adesso “fake news”). Se non possiamo essere degli esperti in ogni campo dello scibile umano e non possiamo essere in ogni luogo dove accade qualcosa di significativo, la nostra realtà è inevitabilmente costruita su chi ci fornisce i dati e la loro interpretazione (cosa che come abbiamo detto è inscindibile). Questo è una parte del “patto d’onore” da me descritto in questo articolo: noi ci occupiamo della realtà a noi vicina, confidando che l’informazione ci racconti correttamente quanto accade altrove e segnatamente dove è più importante, ovvero nei luoghi dove si decidono le nostre sorti. Poiché, come detto, il fatto e la sua valutazione/interpretazione non sono scindibili, ciò che ci permette di avere una visione più libera è semplicemente la diversità delle voci. Come ha detto Alberto Bagnai nel corso del convegno, eravamo meglio informati quando c’erano i vecchi tre telegiornali delle reti RAI, appaltati uno alla DC, uno all’ala liberale ed uno al PCI, poiché dalla diversità delle notizie e dal modi di porgerle, potevamo avere un quadro sfaccettato di quello che accadeva, rispetto ad adesso dove i TG si sono moltiplicati, ma la comunicazione si è ridotta ed appiattita generalmente su quella del partito di governo, dandoci una visione monodimensionale della realtà.

Ad aiutarci in questa decodifica, oltre che gli strumenti logico-ermeneutici offerti dal Pedante nel suo blog e nel suo libro (che vi esorto a comprare), possiamo utilizzare quello che la famosa scrittrice di gialli inglese, Agatha Christie, ci suggeriva attraverso il proprio personaggio più brillante e riuscito: l’investigatore privato Hercule Poirot. Questi, per chi non lo conoscesse, è un ometto piccolo ed azzimato, fisicamente piuttosto fragile, che nelle sue indagini utilizza, quasi esclusivamente, quelle che lui chiama le sue “celluline grigie”, ovvero il suo cervello, la sua capacità di ragionamento e l’abilità di collegare i fatti. La sua indagine non è fatta di ricerca di indizi, cosa che anzi provoca il suo divertito disprezzo in chi agisce alla Sherlock Holmes, come l’investigatore francese Giraud – suo avversario in un’indagine, che considera a sua volta Poirot un arcaico residuo del passato di fronte alla meraviglia delle nuove tecniche investigative (il progresso tecnico…) – perfidamente ritratto dalla Christie in “Aiuto, Poirot” (titolo originale “The Murder on the Links”), bensì di ascolto del racconto dei fatti, di collegamenti logici fra i fatti stessi e di capacità logica deduttiva non comune. Il filo che unisce le trame della scrittrice e che permette a Poirot di risolvere i problemi (ed a noi di rimanere ogni volta sorpresi) è questo: noi, persone normali, diamo troppo per scontato che un fatto sia accaduto perché ci viene narrato e che sia avvenuto nelle modalità nelle quali ci viene raccontato. Diamo per reale un dato, persino l’identità di una persona, perché ci viene detto o ci viene mostrato come tale. Poirot, no. Egli non crede nei racconti e nei fatti come mostrati, ma collega solo elementi acclarati con un rapporto di causa-effetto, anche in contrasto con quanto viene detto e dato generalmente per assodato. Ma il racconto effettuato su se stessi o sui fatti da parte degli indiziati – che lui stimola con la sua capacità di essere empatico e quindi far aprire alla confidenza coloro che interroga – gli è utilissimo, perché, come lui dice, le persone quando parlano tendono a dire più di quanto vorrebbero e forniscono involontariamente elementi utili per comprendere la verità, specialmente i colpevoli che devono costruire una realtà evidentemente distorta.

Questo metodo, che definisco come “principio di realtà”, permette una decodifica efficace, perché non considera affatto le motivazioni raccontate, ma semplicemente la premessa e la conseguenza di un’azione o di un accadimento. Un esempio da me portato qualche volta è quello dei tagli alla spesa pubblica: ci viene dichiarato che si procederà ad eliminare sprechi ed inefficienze e che non si colpiranno i diritti dei cittadini, quindi si crea un clima favorevole all’intervento, poi, per varie ragioni addotte a giustificazione (non si è avuto tempo per fare una seria spending review, non ci sono le condizioni politiche, ci sono le resistenze dei privilegiati ecc.), poiché vi è comunque la necessità di agire, si è costretti a procedere a tagli lineari della spesa pubblica, colpendo sanità, istruzione, sicurezza. Il risultato è che si tolgono i diritti, si peggiora il welfare e le persone si lamentano dell’incapacità del Governo nel perseguire gli scopi dichiarati. Se si applicasse il “principio di realtà” si vedrebbe semplicemente quanto è accaduto: il Governo doveva tagliare la spesa e lo ha fatto attraverso tagli lineari, perché questo era quello che voleva fare. Il resto sono, chiacchiere, narrazione appunto, quello che Aghata Christie ci ammonisce a non prendere in considerazione. Se utilizziamo questo semplice metodo ad ogni fatto che accade, ecco che la realtà comincia a manifestarsi e riusciamo ad uscire dalla trappola dei fattoidi, come li chiama Norman Mailer, ovvero affermazioni non verificate, ma presentate come fatti, e vedere il quadro creato dalla propaganda, quello che Marcello Foa definisce il frame comunicativo, dall’esterno.

Quello che ci viene raccontato è comunque utile: come fa dire la Christie al suo personaggio, il colpevole, attraverso la sua esigenza di rappresentare una realtà, evidentemente falsa, ci dà dei preziosi indizi per smascherarlo e per comprendere le sue reali motivazioni. Se ascoltate attentamente i politici di governo (ma non solo) vi renderete conto che le reali motivazioni del loro agire traspaiono a volte da qualche frase imprudentemente aggiunta: nelle discussioni sullo Ius Soli o sul fenomeno dell’immigrazione (“migranti” è termine del politically correct tanto ipocritamente asettico, quanto errato e velatamente razzista: chi “migra” sono gli uccelli e in generale gli animali, non gli uomini…) la motivazione, nascosta ed indicibile, della sostituzione etnica, anche a fini elettorati, o dell’interesse al meticciato, al fine di recidere i cordoni culturali e di costume che tengono unito un popolo, o ancora della creazione di un esercito industriale di riserva, per tenere bassi i salari e schiacciare i diritti, trapela in qualche articolo di fondo di Eugenio Scalfari, o discorso della Presidente della Camera, Laura Boldrini, per fare solo due esempi.

In definitiva il “metodo Poirot” non è un sistema complesso di decodifica: basta prendere atto che il racconto dei fatti deve essere sempre messo a confronto con il loro esito reale e che, a volte, i fatti dati per esistenti sono solo un racconto non verificato, che maschera spesso altri fatti che si vogliono tenere celati.

Dobbiamo solo imparare ad usare le nostre “celluline grigie”.

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