Storia dell’Unione Europea, 2016-2026. VI Parte: segni di cedimento strutturale.

Di Pier Paolo Dal Monte

Ci scusiamo per col lettore per le lunghe digressioni, di cui alle parti precedenti, che forse ci hanno portati un po’ lontano dall’argomento principale di questo scritto. Tuttavia non potevamo fare a meno di inserirle, in questa cronaca, perchè le ritenevamo indispensabili per comprendere meglio gli avvenimenti successivi.

Possiamo, quindi, tornare alle vicende europee in senso proprio che, in quegli anni, furono determinate, in gran parte, proprio dall’ effetto che la cosiddetta “crisi dei migranti”, della quale abbiamo trattato precedentemente, ebbe sulla “tenuta” dell’Unione Europea.

 

Le conseguenze più rilevanti di questa crisi, per ciò che riguarda le sorti dell’Unione, non si verificarono, come era lecito aspettarsi, nei paesi del sud, che erano la porta d’ingresso in Europa e che ne subivano, pertanto l’impatto immediato, bensì in quelli del nord come la Svezia e la Danimarca. Il motivo di ciò era determinato fondamentalmente da due fattori. Il primo era ascrivibile al fatto che questi stati erano tra le destinazioni finali favorite dagli immigrati, visto che erano relativamente ricchi (se paragonati agli stati del sud) e dotati di uno “stato sociale” che, seppur ridimensionato dalle “riforme” che si erano succedute negli anni precedenti sotto l’impatto dell’ideologia neoliberale che informava l’Europa tutta, funzionavano ancora discretamente. Il secondo, conseguente al primo, era individuabile in un dato meramente demografico: la popolazione autoctona di entrambi gli stati era piuttosto esigua[1] (se paragonata a quella di altri, come la Germania o la Francia), pertanto la percentuale di immigrati era assai elevata.

In questi Paesi, l’impatto dell’ immigrazione costituì, quindi, un problema alquanto esplosivo, sia dal punto di vista dell’ordine pubblico, sia per ciò che riguardava la vita quotidiana dei cittadini[2], la cui insofferenza verso le fallimentari e dissennate politiche dell’Unione Europea e dei singoli governi sull’immigrazione, aveva raggiunto livelli critici.

Pertanto, fu proprio la Svezia, piagata da una crisi sociale e politica senza precedenti, la prima nazione a seguire, l’esempio della perfida Albione. Si può affermare che, quest’iniziativa del paese scandinavo, diede un colpo decisivo per far crollare il “muro di contenimento” fatto di ricatti, minacce e menzogne eretto dalle burocratiche èlites dell’Unione Europea per costringere gli stati membri in quel carcere di dimensioni continentali che era l’Unione.

Da quel momento iniziò il temuto “effetto domino”.

La Danimarca imitò prontamente i “cugini” svedesi. Poi, nei mesi successivi, fu la volta di quei paesi che, un tempo, erano stati membri del “Patto di Varsavia”. Questi ultimi si erano ormai resi conto che la “gabbia d’acciaio” costituita dall’Unione Europea non era, in fondo, migliore di quella dalla quale erano usciti pochi decenni prima. Nonostante essi fossero, all’epoca, beneficiari netti di cospicui “fondi comunitari”, si erano, tuttavia, resi conto che ciò a cui stavano rinunciando, in cambio di quelle effimere elargizioni, era qualcosa di ben più importante: la libertà di decidere le proprie politiche e, in ultima analisi, determinare liberamente il proprio destino.

La prima ad andarsene fu la Repubblica Ceca, che fu seguita, dopo pochi mesi, dall’Ungheria. Poi fu la volta della Polonia, della Bulgaria, della Romania e, per ultima, della Croazia. Al punto in cui si era giunti, codeste nazioni consideravano che l’essere parte di quella che altro non era se non un’organizzazione retta dispoticamente da burocrati sociopatici «al riparo dal processo elettorale»[3], e che pretendevano di imporre le proprie direttive scriteriate su ogni aspetto della loro esistenza, fosse un costo che superava , di gran lunga, qualsiasi beneficio possibile.

Data la situazione, le istituzioni europee si trovarono assai a mal partito. Già impegnate in un duro negoziato col Regno Unito, si trovarono ad affrontare l’”uscita” di altre nove nazioni. Questo era davvero troppo.

La Germania che era, non solo il paese egemone dell’Unione, ma anche quello che aveva potenzialmente più da perdere da questa ondata di “uscite”, cercò di salvare il salvabile. Nonostante il ragliare mediatico dei più fedeli cani da guardia dell’Unione, à la Junker, fatto di un profluvio di intimidazioni riversato all’indirizzo dei paesi transfughi, la Germania non poteva rischiare di compromettere troppo le relazioni coi suoi clienti commerciali del nord (Regno Unito, Svezia e Danimarca) né quelle col suo bacino di manodopera a buon mercato ad sud-est (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania). Pertanto i negoziati furono meno conflittuali di ciò che avevano fatto presagire le parole dei vari defensor fidei del Comitato Centrale dell’Unione, che si rivelarono, in gran parte, uno sterile abbaiare alla luna. L’intento di “punirne uno per educarne cento” non poteva funzionare, dal momento che quell’”uno” era divenuto moltitudine: Tra il 2019 e il 2020, tutti i paesi dell’Unione che non facevano parte dell’area dell’euro avevano seguito l’esempi del Regno Unito. Vi era, pertanto,   il rischio concreto che l’”effetto domino” diventasse una vera e propria valanga che avrebbe condotto alla dissoluzione dell’intera costruzione europea.

Era, quindi, necessario impedire, a tutti i coti, ogni ulteriore “uscita”. Tuttavia, neppure quest’intento fu coronato da successo.

Nel 2020 le due nazioni più piccole dell’unione[4], Malta e Cipro, paesi che, oltretutto, facevano parte dell’area dell’euro, annunciarono di voler avviare i negoziati per uscire dalla “moneta unica” e dall’Unione Europea. I due paesi poterono permettersi quest’ iniziativa grazie ai rapporti privilegiati che si erano instaurati con gli Stati Uniti a seguito della riorganizzazione della NATO, di cui abbiamo parlato precedentemente. Dal momento che essi ospitavano quelle che erano, al momento dei fatti, le basi americane più importanti del Mediterraneo, approfittarono di questo status per ottenere dagli USA un accordo di assistenza economica (e politica) nel caso in cui avessero deciso di abbandonare l’Unione Europea e la moneta unica[5], assistenza che fu loro fornita quando l’evento si concretò. Pertanto, in questo caso, l’Unione Europea non poté permettersi di mettere in atto quelle misure che, in passato, avevano messo in ginocchio la Grecia. Dovette, in poche parole, “ingoiare il rospo” e limitarsi a tonitruanti lamentele nei confronti del governo americano, il quale non ne fu troppo scosso.

Quel “beau geste” era costato assai poco agli Stati Uniti, in termini economici, ma aveva portato incommensurabili vantaggi in termini strategici: i due piccoli stati, pur se mantenevano un’indipendenza de jure, de facto erano diventati una sorta di protettorato degli USA, quasi una Puerto Rico del Mediterraneo.

 

Sebbene l’uscita di due nazioni di quelle dimensioni non rappresentasse alcun “rischio sistemico”, le ripercussioni furono, tuttavia, assai gravi, per il significato simbolico di quel gesto. Malta e Cipro facevano parte dell’area dell’euro e, quindi, anche considerando le condizioni particolari che avevano reso possibile l’uscita di quei piccoli stati, ciò costituiva un precedente ancor più pericoloso di quelli elencati sopra.

Era la dimostrazione in corpore vili che, non solo, era possibile abbandonare l’Unione Europea ma, finanche, la moneta unica[6]. Inoltre era anche la prova del fatto che lo zio Sam si fosse un po’ stancato di fare da tutore ai nipotini del vecchio continente.

Data la gravità della situazione, era indispensabile blindare ermeticamente la gabbia europea al fine di scongiurare qualsiasi ulteriore “evasione.

Tra cinquant’anni, molto probabilmente, coloro che leggeranno il racconto storico di queste vicende, molto probabilmente si chiederanno le ragioni di tanta protervia. Il fatto è che l’intera classe politica dell’Unione e dei singoli stati che ne facevano parte, ovvero i. i burocrati sociopatici delle istituzioni europee e i vari Quisling locali che avevano affidato le loro carriere all’obbedienza cieca ai diktat di Bruxelles (leggasi Berlino), non potevano consentire quella che, per loro, sarebbe stata la rovina politica. Soprattutto, non poteva consentirlo la Germania, il paese che dominava l’Unione in maniera indiscussa, che aveva costruito le sue fortune economiche degli ultimi decenni su politiche mercantilistiche, delle quali abbiamo parlato nella parte precedente, che si mascheravano dietro al mercato comune e alla moneta unica.

Inoltre, le motivazioni che stavano alla base dell’intera costruzione europea, rendevano impossibile qualsiasi tentativo di scongiurare il pericolo di dissoluzione allargando le maglie della “gabbia d’acciaio”, consentire una più ampia autonomia alle nazioni, oppure cercare di disegnare una diversa organizzazione politica ed economica, promuovere una reale solidarietà tra le nazioni coinvolte. Insomma costruire la famosa “altra Europa” che era invocata negli slogan degli europeisti più fraudolenti, in contrapposizione all’Unione- Europea-realmente-esistente (che era l’unica che poteva esistere).

L’Unione Europea e la moneta unica erano costruzioni rigide, che erano state costruite in modo da non consentire alcuna flessibilità. E questo era stato fatto di proposito, non era stata una leggerezza o uno sbaglio dei “padri fondatori” e dei successivi legislatori, come davano mostra di credere gli “altreuropeisti”. Se si fosse voluto basare la costruzione europea sui principi di solidarietà che queste anime-belle-ma-stupide presumevano esserne state premessa, i vari Trattati sarebbero stati scritti diversamente, ad esempio, non sarebbero fondati su “un’economia sociale di mercato fortemente competitiva”, come recita il punto 3 del Trattato di Maastricht copiando alla lettera una formula coniata dall’ordoliberale Muller-Armack (che, come tale, era esponente di un’ideologia economica ben precisa)

L’unico mezzo che avrebbe potuto alleviare l’austerità e il conseguente impoverimento dei paesi in crisi, sarebbe stata un’unione fiscale ( peraltro, non era auspicabile) che consentisse trasferimenti dalle aree ricche del continente a quelle povere, dai paesi in surplus a quelli in deficit, ma questo voleva dire che il “creditore unico”, la Germania, avrebbe dovuto, non solo, finanziare direttamente i debitori, ma finanche “consolidare” (ovvero condonare) i loro debiti nei suoi confronti.

Eh sì, la realtà era assai diversa da quella che veniva dipinta surrettiziamente come “sogno europeo”, come scrisse Max Weber,   la moneta è un’arma nello scontro tra i diversi attori economici e sociali e, nella fattispecie europea, comportava vincitori e vinti[7]. E, nel gioco della moneta unica il vincitore era la Germania, assieme ai paesi del suo Lebensraum circonvicino[8]; mentre i vinti erano tutti gli altri: non solo i paesi dell’Europa meridionale, ma anche la Francia, la Finlandia e i paesi baltici, le cui economie erano affette da una malattia cronica, che era senza speranze di guarigione, se non si rimuovevano i fattori che l’avevano causata. E certo, l’”austerità” invocata dalla Germania, e dai suoi volonterosi carnefici nelle istituzioni europee, non era la cura. Tuttavia, stigmatizzare la mancanza di “virtù economica” dei paesi in crisi, era assai utile per eterodirigere le loro politiche con quello che veniva denominato “vincolo esterno”.

Di fatto codeste nazioni, pur se formalmente ancora indipendenti, erano sottoposte al ricatto della Commissione Europea, della Banca Centrale, nonché di quell’entità autopoietica che era conosciuta sotto il nome collettivo di “mercati”. In poche parole, erano nelle condizioni di quegli sventurati che sono indebitati con gli usurai o, per usare un termine più colloquiale, con gli “strozzini”. E, il senso comune insegna che quando si è tra le avide grinfie di quei farabutti, è impossibile liberarsene, perché si è alla mercé di un debito inestinguibile, essendo questo gravato da interessi che superano la capacità di rimborso dei debitori.

Quel gramo destino di schiavitù (politica) per debiti, come abbiamo detto, era comune a gran parte dei paesi che calcavano le scene di quella moderna tragedia chiamata “Unione Europea” i quali, per tal motivo, erano costretti a subire passivamente i diktat dei sociopatici di Bruxelles e di Francoforte che si permettevano non solo di dettare legge arbitrariamente, ma avevano anche l’ardire di ergersi al ruolo di moralizzatori di costumi.

 

Come si può facilmente comprendere, in questo sistema perverso – che, per alcuni era un sogno di progresso e civiltà (ma, si sa, la madre dei cretini è sempre stata nota per la propria fertilità)- il ruolo di “strozzino capo” apparteneva, di buon grado, allo stato egemone, la Germania, mentre quello di esattore era svolto dalle istituzioni europee, che tenevano in pugno i debitori, ovvero gli Stati della “periferia”, che esistevano come “Stati” oramai solo sulla carta geografica, visto che la loro politica era oramai ridotta ad una sorta di amministrazione coloniale, gestita da vari Quisling che svolgevano il compito di curatori fallimentari sotto il controllo dei Gauleiter della Commissione e della Banca Centrale.

 

La crisi scatenata dall’uscita di Malta e Cipro dall’euro e dalla UE fu l’occasione giusta per stringere l’abbraccio mortale di quella che veniva definita “integrazione” (che era più simile, in realtà, ad un carcere di massima sicurezza). D’altra parte, il compianto Mario Monti[9] già Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, già commissario europeo e, soprattutto, fedele esecutore degli ordini delle oligarchie europee dichiarò, a chiare lettere, che la strategia che stava dietro al “sogno europeo”, era codesta:

«Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi e di gravi crisi per fare passi avanti. i passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile, conclamata»[10]

Se vi fosse bisogno di un’ ulteriore conferma (ma, volendo, le conferme potrebbero essere innumerevoli), riportiamo una frase dell’altrettanto compianto Romano Prodi[11], altro personaggio che ricoprì importanti cariche politiche, ai suoi tempi:

«Sono sicuro che l’euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile, ma un bel giorno ci sarà una crisi e si creeranno i nuovi strumenti»[12]

Così, fu orchestrata una campagna propagandistica senza precenti, coordinata direttamente della Commissione, che utilizzò ogni tipo di mezzo di informazione, allo scopo di spargere il terrore tra le popolazioni circa le conseguenze nefaste di di una dissoluzione dell’Unione.

Affinchè questa avesse la massima efficacia, si fece in modo che assumesse l’aspetto di “profezia autoavverantesi” (self fulfilling prophecy): assieme alla campagna propagandistica venne scatenata ad arte un’”ondata speculativa”, che fu interamente organizzata “dall’alto”, ma che venne mascherata da “ crollo della fiducia da parte dei mercati” in seguito al pericolo di dissoluzione dell’Unione Europea.

Bisogna dire che quel “metodo” non era nuovo, visto che simili “ondate speculative” si erano già verificate in passato, ad esempio, nei confronti della Grecia o dell’Italia agli inizi del secondo decennio del secolo. Anzi, possiamo affermare che quello era il “metodo di governance” prediletto dagli oligarchi di Bruxelles e Francoforte, che aveva il pregio di essere molto efficace e non comportare troppi spargimenti di sangue: ogni volta che vi era da far digerire alle popolazioni qualcosa di spiacevole, intervenivano “i mercati”, quella mitica entità la cui “mano invisibile”, nella vulgata giornalistica, aveva la stessa ineluttabilità dei fenomeni naturali. Quella mano, tuttavia, seppure invisibile, era dotata di vista assai acuta, e interveniva sempre a proposito quando vi era da convincere l’opinione pubblica a non mettersi troppo di traverso agli interessi delle èlites.

Questa volta, l’”ondata speculativa” fu assai più intensa, di quelle che occorsero in occasione delle “crisi” precedenti, perché l’uscita di Malta e Cipro erano solo l’ultimo episodio di una serie di turbolenze finanziarie che si erano succedute in quegli anni.

La speculazione colpì, in modo particolare, i titoli di stato dei paesi della “periferia”, (ovvero, tutti eccetto la Germania[13] e il suo Lebensraum circovicino) provocando un rialzo dei rendimenti che rese la situazione insostenibile per i loro bilanci statali, che erano già stati messi a dura prova da dieci anni di crisi.

Insieme ai titoli di stato vennero colpiti duramente anche i titoli bancari dell’intero continente, in questo caso senza eccezioni geografiche: il terrore doveva colpire anche la popolazioni dei paesi “virtuosi” (le cui banche, per la verità, tanto virtuose non erano)

Il panico generato da quella situazione consentì agli oligarchi di Bruxelles di compiere il passo decisivo per la trasformazione dell’Unione da “gabbia d’acciaio” a bara di cemento. Di fronte allo spettro del collasso del sistema bancario del continente[14] i cittadini e gli Stati furono pronti ad accettare qualsiasi cessione di sovranità, e qualsiasi “austerità” fosse richiesta dall’”Europa” Era quello che gli attendevano con ansia

[1] Nel 2016 la Svezia aveva poco più di 9.80.000 abitanti e la Danimarca poco più di 5.700.000 (Fonte: CIA, Worl Factbook)

[2] Per una rapida disamina della situazione descritta, vedi:

Sweden Creates 55 “No-Go Zones” As It Loses Control Of Refugee Crisis by Tyler Durden, Sep 28, 2016: http://www.zerohedge.com/news/2016-09-27/surging-migrant-violence-creating-no-go-zones-across-europe

VIDEO: Head of Ambulance Union Confirms ‘No-Go Zones’ in Sweden, The Weekly Standard, 27.2.2017: http://www.weeklystandard.com/video-head-of-ambulance-union-confirms-no-go-zones-in-sweden/article/2007000

Police: There are no ‘no-go zones’ in Sweden, Sverige Radio, 15.2.2017

http://sverigesradio.se/sida/artikel.aspx?programid=2054&artikel=6630452

David Francisco, What’s really happening in Sweden, The Times of Israel, 22.2.2017: http://blogs.timesofisrael.com/whats-really-happening-in-sweden/

Governament Offices of Sweden, Facts about migration and crime in Sweden, 23.2.2017: http://www.government.se/articles/2017/02/facts-about-migration-and-crime-in-sweden/

Tyler Durden, Postal Service Suspended In Swedish “No-Go” Zone Because It’s “Not Safe”, Zerohedge, 10.4.2017

http://www.zerohedge.com/news/2017-04-10/postal-service-suspended-swedish-no-go-zone-because-its-not-safe

 

[3] Mario Monti, Intervista sull’Italia in Europa, a cura di Federico Rampini

[4] Escludendo il Lussemburgo.

[5] Naturalmente, come si scoprì in seguito, questa decisione non era avvenuta come un fulmine a ciel sereno, ma era stata lungamente preaparata, con atteggiamento “proattvo” da parte di Washington

[6] Pur tenendo in considerazione il fatto che Malta e Cipro costituivano un caso particolare, per I motivi che abbiamo enunciato

[7] «Market struggle of economic units which are at least rela- tively autonomous. Money prices are the product of conflicts of interest and of ce,mpromises; they thus result from power constellations. Money is not a mere “voucher for unspecified utilities,” which could be altered at will without any fundamental effect on the character of the price sys- tem as a struggle of man against man. “Money” is, rather, primarily a weapon in this struggle, and prices are expressions of the stIUggle; they are instruments o~calculation only as estimated quantifications of relative chances in this snuggle of interests.

Max Weber, Economy and society, University of California Press, Berkeley 1978, p.108

Vedi anche:

Jeoffrey Ingham, The nature of money, Polity Press, Cambridge, 2004

[8] Fondamentalmente: Olanda e Lussemburgo

[9] Scomparve, dopo lunga malattia, nella primavera del 2022

[10] Mario Monti, 22 febbraio 2011, convegno Finanza: comportamenti, regole istituzioni, Università Liuss Guido Carli, sul bisogno crisi come strumento di governo. Intervista video disponibile qui (dal minuto 5 e 16 secondi)

[11] Morì nell’estate del 2020

[12] Così parlava Romano Prodi nel lontano 2001, precisamente il 4 dicembre, intervistato dal “Financial Times”

[13] Tra I quail, ovviamente, non vi era la Germania, i cui titoli costituirono un bene rifugio assai richiesto, col risyultato che I loro rendimenti calarono.

[14] Con potenziali ripercussioni a livello globale tali da far impallidire             la crisi del ’29 una

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