IL GIOCO DEI TRONI: LA LIBIA, L’ITALIA, LA RUSSIA, L’EGITTO… MENO LA FRANCIA

di Giulietta Di Montefeltro (@donnagiulietta5)

E’ davvero con piacere che accolgo l’ invito di Pier Paolo Dal Monte per poter parlare di Libia, e cercare di dipanare, se possibile, quel genere di ‘ fumo di guerra’ che ormai dal 2011 vedo ciclicamente comparire sui giornali nostrani per inquietare i connazionali con titoli esplosivi, come la Francia che ci ‘ruberebbe’ la Libia o Haftar che ci ‘bombarderebbe’ le navi.

Vista da questa prospettiva, che spero possa essere presto anche la vostra, ci si trova in imbarazzo se ridere o piangere.

Ridere, perché pare di essere uno degli spettatori ad una commedia goldoniana, di preferenza “ Le Baruffe Chiozzotte”. Piangere, perché si spererebbe che prima o poi i media nazionali possano partorire una visione geopolitica sulla Libia un poco diversa dal “ pianto e stridor di denti”.

Sulla Libia il discorso è complesso, non va negato, ma non è drammaticamente irreversibile né atrocemente irreparabile, come viene presentato agli occhi dei lettori: per ENI stessa, come ammesso anche dai suoi servizi interni che si occupano di security, la Libia NON è da considerarsi una zona di crisi ( si legga l’ intervista con Alfio Rapisarda: https://www.lindro.it/intelligence-privata-caso-delleni/ )

Per chi volesse interessarsi del particolare rapporto privilegiato- tuttora privilegiato- tra Italia e Libia, segnalo due libri:

“ Libia. Fine o rinascita di una nazione?”, a cura di Karim K. Mezran, Arturo Varvelli

“ Petrolio, cammelli e finanza: cent’anni di storia ed affari tra Italia e Libia”, a cura di Fabrizio Di Ernesto

Scoprirete da voi stessi come il Cane a Sei Zampe- o la Lupa Capitolina, come piace chiamarla a me-, è ospite fissa a Tripoli, ma non solo: ovunque in qualunque angolo della Libia, ed è un’ ospite che nessuno si sognerebbe mai di mandare via.

L’ Italia in Libia si muove in un contesto geopolitico di una Libia dove i combattimenti sono a macchie di leopardo nelle aree desertiche, mentre le zone abitate si sono rimesse in piedi in poco tempo.

Come dice l’ ottimo Antonio De Martini in questo suo bellissimo intervento recente,

LA MEDIAZIONE FRANCESE SULLA LIBIA AI LIMITI DELL’UMORISMO di Antonio de Martini

in Libia attualmente non ci sono solo Serraj e Haftar come fanno pensare i media, ma c’ è un conglomerato di attori regionali variegati, di cui i media tengono poco conto, e in genere di cui sottovalutano l’ azione.

Uno di questi attori regionali, sono le milizie di Zintan, che hanno di recente scarcerato Saif Al Islam Gheddafi, e ovviamente le tribù amazigh e tuareg del Fezzan, che come giustamente dice De Martini si sono divise il Fezzan in due parti.

Qualche analista geopolitico sottovaluta le tribù del Fezzan in quanto trattasi di clan locali, le cui abitudini sono ancora affascinanti e antiche, e profumano di Libia di inizio Novecento: dune, dromedari, tè alla menta nel deserto, contrattazioni infinite sotto la tenda.

Gheddafi li metteva tutti d’accordo, perché essendo in parte anche lui amazigh, e in parte italiano, conosceva le loro usanze e lui stesso dormiva spesso in tenda.

Perché parliamo delle tribù? Perché Haftar sa benissimo, da libico, che senza l’ appoggio dei capi tribù nessuno governa, in Libia. Pertanto, al momento la presenza di Saif Gheddafi, riconosciuto dalle tribù come erede politico del padre, è per Haftar sia importante, che fonte di apprensione.

Vale la pena ricordare che Al Sisi, patron di Haftar, è anche protettore dei Gheddafi- di Aisha specialmente- al Cairo.

Si fatica a trovare articoli onesti sulla situazione libica.

Ma un buon articolo sul lavoro diplomatico degli italiani con le tribù che ho appena nominato- e quindi anche con Saif- si può leggere qui:

http://formiche.net/blog/2017/08/06/libia-ecco-perche-per-stroncare-i-traffici-bisogna-aiutare-il-fezzan/

Il Fezzan per gli stati diversi dall’ Italia e per le compagnie energetiche straniere diverse da ENI, è sempre stato un luogo ostile e abbandonato da Dio su cui è inutile puntare.

Non è così.

Oltre ad essere la casa della mitica Oasi di Zerzura, in cui l’ armata del re persiano Cambise III si dice si perse nelle sabbie del deserto, e dove l’ aeronautica italiana per anni fece esplorazioni nel Fezzan raccolte di recente in un libro del 2015 ( qui: http://www.ivg.it/2015/07/missioni-segrete-nel-deserto-libico-a-finale-la-presentazione-del-libro-in-volo-su-zerzura/ ), ci sono progetti italiani sul Fezzan legati allo sviluppo dell’ agricoltura e basati sullo sfruttamento dell’ acqua fossile sotto il deserto, per cui già Gheddafi aveva costruito, con l’ aiuto italiano, il Grande Fiume Voluto dall’ Uomo.

Cito testualmente le prossime tappe sul Fezzan:

“ Al contrario l’Italia, si legge nel report del Cesi, “si è fatta promotrice di un accordo di pacificazione tra le tribù del Fezzan e sta contemporaneamente aumentando il coordinamento sia con le principali municipalità locali, sia con il Governo di accordo nazionale” di Tripoli. La volontà italiana di riconoscere un ruolo al generale Khalifa Haftar (al netto delle provocazioni sulla missione navale) sarà ancora più importante per arrivare a una mediazione tra le tribù del Fezzan. Certamente decisivo sarà il ruolo dei sindaci di quella regione, attesi a Roma da Minniti alla fine di agosto per un’ulteriore messa a punto della collaborazione già avviata nell’incontro del 13 luglio.”

 

Come vedete quindi, l’ Italia non sostiene solo Serraj, come dicono i media nostrani, ma ha sempre parlato con tutti gli interlocutori libici.

La nostra storica posizione che ci viene da lontano, ancora dai tempi dell’ Impero Romano nel Mare Nostrum, del resto ci impedisce di non essere aperti a qualunque rapporto diplomatico con i paesi del Mediterraneo e loro diverse congerie etniche e tribali.

A Roma di recente sono stati invitati i capi tribù del Fezzan, e subito si sono levati i cori di quanti dicevano che Macron invita gli esponenti ‘ di peso’, mentre l’ Italia solo i ‘beduini’.

Non è possibile continuare a leggere considerazioni mediatiche di così scarsa visione perfino tra gli analisti geopolitici, o presunti tali.

Lascerei perdere da subito le sirene alla Luttwak, che tanto male fanno all’ Italia: in questi giorni, Luttwak si è messo a sbraitare che l’ Italia deve occupare la Libia.

Non è il nostro modo di agire. La Libia, come diceva Paolo Scaroni, è come una seconda casa per noi.

Certamente a volte ci sono delle tensioni, ma bisogna anche pensare che è un po’ il modo di fare invalso in Libia: quando si lamentano con l’ Italia, è perché sotto sotto vogliono qualcosa di più, o si aspettano che noi si sia più attenti a certi aspetti rimasti trascurati. Questo vale anche per Haftar, che da mesi cerca di incontrare i vertici dell’ ENI, proprio perché desidera un riconoscimento ufficiale, e vale anche per Saif e per le tribù del Fezzan.

L’ ottimo ambasciatore Perrone, che parla fluentemente l’ arabo, non a caso ha detto giorni fa che terrà presente le istanze di Haftar: è da tempo che si parla di riaprire il consolato a Tobruch, oltre all’ ambasciata che già si ha a Tripoli.

La percezione degli italiani tra i libici non è affatto negativa, da nessuna parte del paese, e anzi, a tutti i LIVELLI E OVUNQUE ( ma proprio a tutti ) l’ Italia viene vista come il referente praticamente unico su cui si possa ancora contare.

I bombardamenti del 2011 affliggono ancora solo alcune zone periferiche, le grandi città sono però come Damasco oggi: si vive, si lavora, i bimbi vanno a scuola, e nelle parole dei libici quello che dà maggiormente fastidio non è certo l’ Italia ma le faide tribali oltre che i jihadisti.

Come dice Antonio De Martini, la Libia si è ‘riunificata’ a modo suo sulle questioni essenziali, come l’ energia, la scuola, la sanità. L’ energia poi la forniamo a tutta la Libia proprio noi italiani tramite l’ hub di Mellita.

Cito de Martini:

“ Questo assetto si è ormai stabilizzato al punto che alcune entità statali del tempo si Gheddafi si sono organizzate e tendono all’autonomia: A Misurata,” l’ente porto”, chiamiamolo così, ( Misurata fin dal tempo dei romani è sempre stata il porto commerciale più attivo) ha assunto una serie di iniziative semi sovrane compresa la costruzione dell’Ospedale che si affianca all’ospedale da campo italiano operante in loco. L’ospedale è gestito da una società americana e curerà malati e feriti di ambo le parti ( ISIS incluso ovviamente). Gli stipendi dei dipendenti statali ( dell’epoca di Gheddafi) operanti in entrambi i campi.

 

In pratica , sulle cose essenziali, il paese si è riunificato per conto proprio: Sanità e proventi del petrolio. Pensate che il petrolio viene estratto in Cirenaica, i fondi vengono versati in Tripolitania e gli stipendi vengono distribuiti ai dipendenti statali operanti in entrambe le regioni…”

 

Già da queste cose, potete capire che la Libia manca di un capo unico, ma non di un assetto statale. Anzi, l’ assetto statale va avanti anche senza capi.

In merito a Misurata, per esempio, attualmente si è riorganizzata benissimo, venendo perfino a rappresentare una sorta di ‘ isola autonoma’ nel Paese.

Haftar non è la prima volta che incontra e mantiene contatti con uomini politici italiani: un esempio, sono le foto dell’ europarlamentare scomparso in incidente Gianluca Buonanno della Lega Nord ( qui foto: ).

La missione di Buonanno in Libia peraltro non era nascosta: qui lui stesso racconta del suo viaggio del 2015

 

Buonanno: vi racconto il mio viaggio in Libia, dove ho girato senza scorta…

 

Venendo invece a fatti geopolitici riguardando l’ energia, il paper più onesto trovato da tenere presente, datato ai primi di luglio, è questo a firma di Leonardo Palma:

http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/il-grande-gioco-libico/

 

Ci sono anche paper più estesi, ma ho scelto questo perché è facile, sintetico e soprattutto RECENTE: rispecchia in pieno la situazione che si è sviluppata dietro la cortina dal 2011 ad oggi.

In particolare, cito la parte finale che riguarda l’ Italia:

“ L’Italia in questo grande gioco Mediterraneo è sembrata per molto tempo un vaso di coccio tra vasi di ferro, soggetta alla gravità politica altrui.

A ben guardare, Roma invece ha saputo muoversi con il giusto protagonismo nella sua ex colonia, sigillando i propri interessi energetici in Tripolitania e sforzandosi di sterilizzare il conflitto all’interno delle tre regioni tramite accordi segreti mediati dai servizi, patti tra tribù e con i vicini algerini e tunisini. L’ambasciata italiana è l’unica attualmente in funzione e alla guida della missione è giunto un diplomatico arabofono di lungo corso come Giuseppe Perrone; lo stesso generale Haftar sa perfettamente di avere bisogno dell’Italia – e dell’ENI – per un eventuale futuro ruolo politico e i russi non fanno mistero di sentirsi a proprio agio a lavorare con gli italiani. Inoltre, nonostante la crisi nei rapporti con l’Egitto, Roma ha a disposizione la carta degli Emirati Arabi Uniti con i quali intrattiene cordiali relazioni e solidi interessi commerciali e finanziari che le permettono, pur se a distanza, di mantenere capacità di manovra e influenza anche nell’area di gioco della Cirenaica. Un grande gioco di ombre nel Grande Medio Oriente.”

Ovviamente, certi passi sul terreno li si comprende solo guardando come si muove ENI in Libia, quindi tenendo d’ occhio le sue notizie, specie quelle sul Lybia Herald, dove in genere viene commentato tutto quello che NOC ed ENI fanno e i rapporti con Haftar, Serraj, le milizie, e le tribù.

Per alcuni le tribù non sono importanti, ma ho già detto che è sbagliatissimo pensare così, perché la Libia ha una struttura CLANICA di potentati locali, e in effetti sia Haftar che Serraj controllano SOLO UNA PARTE dei vari poteri che ci sono in Libia, ma non controllano tutti.

Attualmente, Aisha Gheddafi e famiglia sono sotto la protezione di Al Sisi, quindi capirete bene che anche simbolicamente i Gheddafi sono importanti.

Mentre a Parigi si fanno i meeting internazionali e si scattano foto, i media si sbracciano, e i giovani neo- presidenti dal sorriso smagliante firmano autografi ai fans ( nonostante il crollo di popolarità nei sondaggi ), in Libia si lavora come sempre:

Eni in Libia, business is business

“ Eni in Libia, business is business.

Ieri 31 luglio, Claudio Descalzi, l’amministratore delegato dell’Eni, la società italiana di idrocarburi, si è recato nella capitale libica per incontrare il capo del Consiglio di Presidenza del Governo di unità nazionale Fayez al-Sarraj. Descalzi ha anche incontrato il presidente della società di stato Noc, Mustafa Sanalla.

Il colloquio, incentrato principalmente sulle attività correnti di Eni nel Paese, si è focalizzato su possibili futuri sviluppi, in particolare nel settore del gas. Anche dopo la fine del regime di Gheddafi, Eni è rimasto il principale fornitore di gas del Paese, 20 milioni di metri cubi al giorno alle centrali elettriche, nonché il maggiore produttore di idrocarburi straniero in tutte le regioni della Libia.

La crisi politico militare non ha infatti fermato le attività della società italiana. Dai pozzi off-shore si è sempre continuato a pompare greggio. Solo sulla terraferma, le attività di ricerca ed estrazione hanno rallentato. Eni, che è presente da decenni nel Paese, ha una propria «politica estera» in Libia e ha relazioni con tutte le parti in causa.

Durante l’incontro si è discusso anche della seconda fase di sviluppo del campo di Bahr Essalam, uno dei più grandi giacimenti in Libia e importante fonte di approvvigionamento di gas per il Greenstream (il gasdotto che unisce Libia e Italia). Questa fase prevedrebbe il completamento di 10 pozzi offshore, di cui 9 già perforati nel 2016 e per cui Eni si è aggiudicata il contratto di fornitura e installazione delle strutture. Il primo gas è previsto per il 2018.”

 

Stranamente, il Corriere della Sera, i cui toni sono sempre sorprendentemente, teatralmente drammatici quando si tratta di passare alle lagnanze in politica estera, qualche giorno fa ha finalmente, timidamente, accennato ad un barlume di verità:

http://www.corriere.it/opinioni/17_luglio_30/petrolio-nord-africa-l-intesa-trump-macron-320b15ac-7494-11e7-9773-4a99982cbf04.shtml

“ È importante la Libia? Ovvio. Non solo geopoliticamente ma anche economicamente. Possiede le maggiori riserve di petrolio e gas d’Africa, e l’Europa avrà sempre maggior bisogno di energia e di gas. Nello «scatolone di sabbia» di salveminiana memoria, però, l’italiana Eni si trova storicamente in posizione preminente. Da lì ricava oggi circa 350 mila barili di petrolio e gas, primo gruppo internazionale. Di più: il Cane a sei zampe negli anni dal 2011 in poi è paradossalmente stato una delle sole «istituzioni» del Paese con la Noc, la compagnia petrolifera che vende il petrolio, e la Banca centrale, che fa arrivare i proventi alle amministrazioni locali e alle milizie che «custodiscono» le infrastrutture. Il gas dell’Eni ha permesso alle centrali della Libia di fornire l’elettricità al Paese, cosa che garantisce ancora al gruppo italiano la sua posizione «speciale».”

La speciale relazione ENI- NOC è il punto saliente di tutto.

ENI controlla l’ hub di Mellita che rifornisce tutta la Libia, e a cui insieme a Zawiya tutti i gasdotti e oleodotti libici, compresi quelli di Fezzan e Cirenaica, sono collegati. NOC, tramite le sue controllate, gestisce anche le raffinerie di Ras Lanuf e Tobruch, e gli snodi in Cirenaica, dove è presente anche Gazprom russa, che il primo partner di ENI in generale.

Sulla particolare relazione Russia- Italia, avremo modo di tornare anche più sotto: al momento basti dire che gli USA, nel 2011, erano molto preoccupati, intimarono, come si può leggere in questo articolo, all’ Italia di NON APRIRE il Mediterraneo e la Libia alla Russia:

http://www.lastampa.it/2011/09/19/esteri/usa-l-eni-non-apra-la-libia-ai-russi-TvPAtEAngQhzCzk7iqiADP/pagina.html

L’Eni aveva infatti annunciato l’ accordo con la Gazprom, in base al quale dava ai russi accesso ai campi di gas naturale in Africa del Nord, specie Elefant, in cambio di un aumento dell’accesso dell’Eni ai giacimenti di gas siberiano.

Va da sé che l’ intervento di Obama in Libia al fianco di Sarkozy nel 2011 dipendeva anche da questo accordo. Attualmente, il giacimento Elefant, il più grande di Libia assieme proprio a Bar Es Salam, è ancora in comproprietà con Gazprom, ma viene lavorato saltuariamente proprio per via dei combattimenti: non sfugge quindi a nessuno che lo Zar voglia al più presto rientrare in Elefant, da cui la sua generosa proposta, alcuni giorni fa, apparsa sui media arabi ma ignorata totalmente dalla stampa occidentale di aiutare l’ Italia nella questione migranti e di favorire una mediazione- stavolta vera- tra tutte le varie fazioni libiche in gioco: Sergei Dankov della Duma ha riferito ai giornali dell’ intento russo di invitare i libici a Grozny, in Cecenia, dal ‘ leone’ Ramzan Kadirev, lui stesso islamico e agguerrito nemico dei terroristi.

http://www.ansamed.info/ansamed/en/news/sections/politics/2017/08/04/libya-russia-wants-meetings-with-factions-in-moscow-grozny_f6659761-a242-4f74-816a-6cc7e7e8fcf8.html

 

Grozny era anche la capitale in cui lo scorso anno, l’ imam egizio della moschea di Al Azhar ( in ottimi rapporti con Al Sisi ), il messo vaticano di Papa Francesco, il rappresentante del Patriarca Kirill, e molti altri rappresentanti islamici del mondo sunnita e sciita, si erano riuniti su invito di Kadirev per un accordo sulla lotta al terrorismo. Una mossa intelligente, e soprattutto di grande finezza e sensibilità da parte di Mosca proprio verso l’ Italia, che ha in effetti ‘ aperto’ il Mediterraneo a Mosca nel momento in cui ENI ha ceduto a Rosneft il 30% del giacimento Zohr davanti alle coste dell’ Egitto.

http://www.lastampa.it/2016/12/13/economia/cos-litalia-apre-al-cremlino-le-porte-del-mare-nostrum-tiHmFQo0ukvGOW1N6c5XmI/pagina.html

“ Così l’Italia apre al Cremlino le porte del Mare Nostrum.

Per l’Eni, la cessione a Rosneft del 30% della concessione di Zohr, nell’offshore dell’Egitto è una botte di ferro, economica, politica e strategica. Per la Russia è il biglietto d’ingresso nel gioco energetico del Mediterraneo. Per l’Italia è un cambio di scena alla porta di casa. Il governo Renzi non poteva non esserne informato; Gentiloni dovrà trarne le conseguenze.”

Va da sé che questo genere di mosse non è sfuggita all’ attenzione del solerte CFR, che proprio qualche giorno fa gridava stracciandosi le vesti che in questo modo ‘ il Sud Europa cadrà preda delle mire egemoniche di Mosca!’ Riescono ad essere più tragici del Corriere, che è tutto dire.

http://www.ecfr.eu/article/commentary_russia_in_libya_war_or_peace_7223

E’ già da tempo che dall’ altra parte dell’ Atlantico dormono sogni agitati da Orsi russi che fanno il surf a Cefalù, uno degli articoli che ricordiamo con più spasso l’ abbiamo trovato sul New York Times, circa una Russia che corteggia ‘assiduamente’ l’ Italia, secondo gli spassosi visionari dei media occidentali:

https://www.nytimes.com/2017/05/29/world/europe/russia-courts-italy-in-us-absence.html

 

In questo preciso momento in cui scrivo, leggo i deliri del Manifesto in cui ‘ Tra Tobruk e Tripoli rispunta la Russia’, e dove, secondo l’ emerito, ‘ Russia e Italia hanno interessi diversi in Libia, essendo l’ Italia legata a Serraj, e la Russia ad Haftar.’

Sono consapevole di non poter fermare in alcun modo il flusso di stupidaggini che si riversano ogni giorno sui media, ma tornando alla Libia, le tre regioni libiche, pagano regolarmente ENI per la distribuzione energetica, pertanto si comprende l’ ansia di Haftar che chiede ormai da mesi un incontro diretto con ENI- incontro che al momento è sempre stato mediato dalla NOC. Va precisato che lo sfruttamento in Tripolitania dei campi di Bar Es Salam, e conseguenti sviluppi sul gas, non escluderanno Haftar, sebbene siano incentrati nella zona offshore a mare, dove ENI e NOC già il 4 gennaio di quest’ anno comunicavano che le esplorazioni erano andate bene.

Il tubo Greenstream controllato da ENI al 75% e da NOC al 25%, sorvegliato anche dai nostri militari, arriva a Gela e da lì in poi Snam riceve il gas che viene smistato in Italia e anche Europa, perché Snam possiede anche una rete di distribuzione in Belgio e UK. Da qui potete capire cosa intende il Corriere quando scrive che ENI ha una posizione di privilegio in Libia: non solo per la rete di distribuzione energetica su tutto il territorio libico, vitale a mantenere in funzione la nazione nelle sue diverse parti, ma anche per l’ approvvigionamento energetico europeo, dove l’ Italia è hub.

Il petrolio invece viene imbarcato sulle petrolifere e raggiunge l’ Italia via nave. Va notato che mesi fa, proprio dalla Cirenaica e da Ras Lanuf, importante snodo di partenza assieme a Es Sider, una nave petrolifera partiva, nella notte, verso l’Italia, con un carico di ben 720.000 barili. Era la prima volta dal 2014 che il petrolio tornava ad uscire dalla Libia, e proprio dalle zone controllate da Haftar:

L’ export di petrolio vede dunque che all’ Italia è destinato il carico maggiore, il 30% di tutto l’ oil libico. Il che è coerente con le recenti affermazioni di Haftar date all’ Agenzia Nova, in cui specificava che non entra in merito al lavoro di ENI in Cirenaica, limitandosi solo a proteggere gli impianti.

https://www.agenzianova.com/a/595e31606b74e5.02593394/1602193/2017-07-06/speciale-energia-portavoce-haftar-a-nova-non-interferiamo-con-attivita-di-eni-in-libia

Non si deve pertanto mai dimenticare che sia Serraj che Haftar hanno in comune la NOC per quanto riguarda la vendita del petrolio, e la NOC ha riconfermato l’ ENI come suo partner privilegiato per la distribuzione.

Questa posizione viene amplificata anche da Zohr in Egitto, dove proprio alcuni giorni fa ENI ha incontrato i vertici vicini al Al Sisi per gli investimenti che garantiranno al generale egiziano- patron di Haftar, ricordiamolo sempre- l’ indipendenza energetica.

Si legge testualmente:

http://siciliainformazioni.com/sparlagreco/666733/leni-investe-35-miliardi-in-egitto-la-marina-italiana-arriva-in-acque-libiche-svolta-nel-canale-di-sicilia

“ L’investimento delle partecipazioni statali in Egitto, per la sua entità e per la straordinaria rilevanza del progetto energetico, ha carattere strategico e costituisce perciò un punto fermo nei prossimi sviluppo del quadro geopolitico nel Mediterraneo. E’ impensabile che Egitto e Italia abbiano diversità di vedute nella quadrante “caldo” della regione africana interessata ai conflitti e destabilizzata dalle frammentazioni tribali, dal terrorismo e dei mercanti di morte.”

Questo passaggio sintetizza bene la nostra geopolitica, e appunto il fatto che l’ Italia, nel Mediterraneo, dialoghi veramente con tutti. Non mi soffermerò sugli altri investimenti di ENEL e aziende italiane in Egitto o nella Via della Seta cinese che passa anche da Suez egiziano tramite la partecipazione italiana in AIIB della Cina, o anche delle partecipazioni della Popular Bank Of China in ENI ( attualmente fondo dormiente per il 2% circa ), perché si andrebbe troppo fuori tema. Basti dire che la geopolitica mediterranea ed eurasiatica è tutta interconnessa come un Gioco di Tessere, e pertanto va valutata tenendo presenti le interconnessioni reciproche.

Vale la pena leggere anche questa breve data da Affari Italiani:

http://www.affaritaliani.it/politica/palazzo-potere/il-tesoro-del-petrolio-libico-eni-difende-i-suoi-contratti-493252.html?refresh_ce

I contatti italiani con il Ministero degli Esteri russo proprio sulla Libia sono frequentissimi, e questo dovrebbe farvi capire che l’ influenza di Mosca nell’ area è destinata solo a crescere.

La produzione petrolifera della compagnia libica National Oil Corporation (Noc) ha raggiunto la media di un milione di barili al giorno con un mese di anticipo rispetto alla tabella di marcia, ce lo riporta il Lybia Herald.

La Libia non produceva un milione di barili di petrolio al giorno dal 2013. L’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) ha esentato Nigeria e Libia dai tagli alla produzione. Per via dell’instabilità politica, sociale ed economica, la produzione di petrolio libica è notevolmente al di sotto di quella dell’era di Muhammar Gheddafi. Nel 2011 la Libia produceva 1,6 milioni di barili al giorno, ed è calata fino a 200 mila barili al giorno, ma con la riapertura dei terminal principali lo scorso anno è risalita. Nel paese, tuttavia, permangono ancora diversi ostacoli di natura tecnica all’aumento della produzione. I terminal di Sidra e Ras Lanuf, nella cosiddetta area della Mezzaluna petrolifera, devono ancora essere completamente riparati. Altri problemi riguardano l’integrità delle condutture, il ripristino delle stazioni di pompaggio e la riapertura dei campi chiusi durante il conflitto. (Cae) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata )

ENI non ha mai chiuso l’ambasciata, UNICA tra tutti i paesi che dopo il 2011 SCAPPARONO LETTERALMENTE DALLA LIBIA. Questo va detto, ed è importante, perché testimonia quello che dicevo più sopra all’ inizio dello scritto: ossia che per ENI la Libia non è paese critico in cui non si continui a lavorare e a produrre.

Naturalmente, c’ è anche il discorso intorno alle imprese italiane in Libia che lavorano come filiera ENI e non solo: sempre giorni fa, è stato annunciato anche dalla Aeneas Consortium la ricostruzione dell’ aeroporto di Tripoli, un’ occasione di lavoro non solo per italiani ma anche per libici:

https://www.libyaherald.com/2017/07/23/tripoli-international-airport-reconstruction-will-create-local-jobs-says-italian-consortium/

 

Infine, la questione russa, che da parte mia viene sempre trattata con estrema simpatia, e non lo nego: la Russia si è gentilmente offerta di aiutare l’ Italia nella questione migranti. Lo si può leggere in questo articolo in arabo.

Russia: Willing to assist Italy in stopping the flow of refugees from Libya

http://www.alwasat.ly/ar/news/libya/149238/ …

ttps://t.co/mT9mgJ5atU

Va detto che nel caso della Cirenaica, dove la Russia ha influenza per via di Gazprom, Haftar non può fermare nessuno scafista, perché in Cirenaica non ci sono scafisti. Il problema delle partenze,è TUTTO in Tripolitania, sulla spiaggia di Zuara. O la gestisce Serraj, o ci va la Marina Italiana. E nemmeno dall’ Egitto partono. La rotta fino alle spiagge libiche passa per la Françafrique a Ovest, non per l’Egitto o la Cirenaica.

E’ anche interesse di Al Sisi una Libia stabile perché non vi siano problemi alle porte dell’ Egitto, data anche la strategicità del Suez per la Via della Seta cinese e per la partecipazione russa in Zohr.

Macron può offrire di meglio, dal momento che in Libia non sta contribuendo affatto alla ricostruzione del Paese, né, pare, abbia intenzione di stendere alcun contratto concreto che porti un poco di benessere ai libici? Non pensiamo proprio.

Attendiamo quindi fiduciosi gli eventi di Grozny, dove sicuramente la Conferenza ospitata dallo Zar non sarà un niente di fatto come quello che abbiamo visto a Parigi, e su cui si sono tanto disperati i nostri media.

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