Storia dell’Unione Europea, 2016-2026. IV Parte: il declino dell’impero americano (2)

Di Pier Paolo Dal Monte

 

L’elezione di Trump, sulla quale ci soffermeremo un poco, Potrebbe sembrare, a prima vista, poco connessa alla strategia egemonica della quale abbiamo parlato sopra, e molto di più alla politica interna americana, almeno a giudicare dagli argomenti che il nuovo presidente sottolineò durante la sua campagna elettorale, che sembrano preludere ad una politica “protezionista” finanche “isolazionista”. Viceversa, parlando, appunto, della potenza egemone, i due aspetti sono strettamente intrecciati. Per spiegare questo assunto dobbiamo fare, però un discorso un poco più lungo

 

Come abbiamo già anticipato nel capitolo precedente, gli Stati Uniti erano la potenza egemone in fase di declino. Abbiamo anche accennato alla strategia di promozione del “caos sistemico” messa in atto per mantenere la loro egemonia, che aveva lo scopo di impedire o, quantomeno, ostacolare qualsiasi potenza “avversaria” che sia in grado metterla in discussione. In questo caso, stiamo parlando della Cina (dal punto di vista economico) e della Russia (dal punto di vista militare),

Per cercare di ostacolare la formazione di un asse tra le “superpotenze emergenti”, il “presidente buono” aveva proseguito lungo il percorso tracciato dal suo predecessore, quello che perseguiva l’”esportazione della democrazia” tramite le “guerre preventive”, cercando di accerchiare la Russia e la Cina con le basi militari americane e promuovendo il caos nella regione mediorientale e nell’Europa Orientale (Ucraina). Tutto questo mentre proseguiva sine die l’occupazione militare dell’ Afghanistan.

 

A questo punto occorre precisare meglio i motivi per i quali parliamo di declino. È indubbio che, all’epoca della quale trattiamo, gli USA apparissero, almeno a prima vista, ancora la potenza egemone. Tuttavia quell’egemonia che, fino agli anni ’70 era un dato indiscusso, fosse divenuta, negli anni successivi, assai più traballante, basandosi, fondamentalmente su due fattori. Il primo era la mera potenza militare: dopo il collasso dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti erano l’unica “superpotenza” rimasta, senza un’altra che potesse fare da contrappeso alle mire egemoniche di questa.

Il secondo fattore,che era strettamente legato al primo, era quello che si potrebbe chiamare “egemonia monetaria”. Gli Stati Uniti non erano solo la più grande potenza militare del globo, ma anche il paese che disponeva della valuta di riserva internazionale, fatto che era venuto a determinarsi per motivi storici, economici e geopolitici

Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si erano trovati ad essere l’unica grande potenza rimasta nel cosiddetto “mondo occidentale” (che, allora, veniva definito “Primo Mondo”), sia dal punto di vista industriale che da quello militare. Pertanto essi assunsero il ruolo guida nella politica e nell’economia mondiale, e modellarono le istituzioni che avrebbero regolato le relazioni internazionali.

Nel luglio del 1944, quando già la sconfitta delle potenze dell’Asse appariva inevitabile, si tenne, nella cittadina di Bretton Woods (nel New Hampshire), la conferenza che stabilì le regole del futuro assetto economico, monetario e commerciale internazionale[1]. Vennero istituiti diversi organismi di controllo, tra i quali il Fondo Monetario internazionale e la Banca Internazionale Per la Ricostruzione e lo Sviluppo (detta anche Banca Mondiale o World Bank). Successivamente, nel 1947, venne firmato l’Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio (GATT, precursore del WTO)[2].

Tuttavia, il dato più importante di quel riassetto dell’economia mondiale, fu la decisione di adottare il dollaro come valuta di riserva internazionale, l’unica valuta che poteva essere convertita in oro, ad un prezzo prefissato[3]. Quest’ ordinamento poneva gli Stati Uniti in una posizione egemonica de jure, oltre che de facto. Tant’è che, negli anni ’60, Valery Giscard d’Estain definì questa prerogativa con la locuzione “privilegio esorbitante”. Infatti, la possibilità di emettere la “valuta di riserva internazionale” comporta numerosi vantaggi. Uno di questi è dato dal fatto che, detto in maniera un po’ tranchant, gli Stati Uniti possono acquistare beni e servizi dal resto del mondo “semplicemente” emettendo la propria valuta, mentre tutti gli altri paesi se la devono procurare, esportando beni e servizi. Secondo Barry Eichengreen,

«vi sono circa 500 miliardi di dollari in denaro contante che circolano al di fuori degli Stati Uniti, il che significa che il resto del mondo ha fornito agi Stati uniti un uguale controvalore in beni e servizi, in cambio di pezzi di carta stampati dalla Fedreal Reserve»[4]

Il secondo vantaggio dato dallo status di valuta di riserva internazionale del dollaro, è dato dal fatto che, i diversi attori economici del “resto del mondo” (governi, banche, imprese, ecc), sono costretti a detenere delle riserve in quella valuta. Queste riserve, ovviamente, non sono soltanto in forma di contanti, ma anche in vari titoli denominati in dollari, tra i quali i titoli di stato americani che, non soltanto hanno la funzione di riserva valutaria, ma rendono anche un certo tasso di interesse.

Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, l’ammontare di titoli di stato americani detenuti all’estero è di circa 6 trilioni di dollari[5]. Dato lo status di valuta di riserva internazionale di cui gode il dollaro il governo americano può permettersi di pagare un tasso di interesse inferiore a quello che pagherebbe in assenza di questo “privilegio esorbitante”[6].

 

Tuttavia, il “privilegio”, di cui sopra, non è del tutto scevro da inconvenienti. Infatti il paese che detiene la possibilità di emettere la valuta di riserva internazionale (dollari in questo caso), deve essere “esportatore netto” della propria valuta[7] (ovvero importatore netto di beni e servizi), affinché questa possa essere disponibile per il commercio tra le diverse nazioni. Questo dato costituì un problema di non facile soluzione dopo la fine della seconda guerra mondiale, allorquando l’Europa e il Giappone erano ricoperti di macerie, e, come si è detto, gli Stati Uniti erano l’unica potenza il cui apparato industriale fosse ancora in grado di produrre. Gli USA si trovarono, quindi, nella condizione paradossale di dover essere sia esportatore netto di beni (ossia importatore di valuta) che di “fornitore” netto di valuta sul mercato internazionale (ossia esportatore di valuta).

 

Questo paradosso venne risolto, almeno temporaneamente, grazie al cosiddetto “Piano Marshall”, approvato dal Congresso nel 1948, il quale prevedeva che gli Stati Uniti, fornissero alle nazioni europee gli aiuti economici necessari per far fronte all’emergenza postbellica e all’impegno per la ricostruzione[8]. L’intervento americano fu determinante per dare avvio alla ripresa economica del vecchio continente, che fu particolarmente vivace nei paesi che erano più arretrati in campo industriale, come l’Italia, o che avevano subito i maggiori danni nel corso degli eventi bellici, come la Germania e il Giappone (i cui apparati industriali erano stati completamente annichiliti).

Ma fu anche determinante per fornire al resto del “mondo occidentale” la valuta con la quale regolare gli scambi. Quando le economie europee e quella giapponese si rimisero sulle proprie gambe,iniziarono ad avere una produzione industriale di rilievo e ad esportare i propri prodotti verso gli Stati Uniti che, in un tempo relativamente breve, divennero importatore netto di merci ed esportatore di valuta.

A lungo andare questa tendenza creò, un altro problema. Nel corso degli anni, l’ammontare dei dollari detenuti al di fuori degli USA, eccedette di gran lunga il valore delle riserve auree, quindi divenne impossibile garantire il cambio del dollaro in oro al tasso stabilito. Gli Stati Uniti erano alle prese con un’altra delle aporie del “privilegio esorbitante”: erano i “fornitori” della valuta internazionale e dovevano garantirne il cambio con l’oro ad un prezzo fissato; ma la produzione di valuta è qualcosa di elastico mentre l’approvvigionamento dell’oro non lo è affatto[9]. È facile emettere dollari che sono pur sempre frutto di una convenzione umana, un “numerario”, mentre è assai più difficile aumentare le proprie riserve auree: l’oro è una materia fisicamente esistente in quantità limitate, e necessita, per di più, di essere estratta, raffinata e trasformata.

Questa aporia è nota sotto il nome di “dilemma di Triffin” dal nome dell’economista belga che lo enunciò per primo. Esso asserisce che, se gli Usa fossero stati troppo parchi nel “fornire” i dollari al resto del mondo, il commercio internazionale sarebbe andatato incontro ad un rallentamento, e la crescita economica mondiale sarebbe, pertanto, rallentata. Ma, se fosse avvenuto il contrario, ossia se gli Stati Uniti fossero stati troppo “prodighi” nel loro ruolo di “fornitore” della valuta di riserva e di scambio, sarebbe stato sempre più difficile assicurare la convertibilità del dollaro con l’ oro, e vi sarebbe stato un calo della “fiducia” nei confronti della loro moneta, da parte degli investitori.

Pertanto l’impegno a garantire la convertibilità del dollaro in oro ad un prezzo convenuto, era destinato, prima o poi, a giungere ad ad un punto critico. Questo punto fu raggiunto negli anni ‘60[10] anche se manifestò le proprie estreme conseguenze solo nell’agosto del 1971, quando, l’allora presidente, Nixon decise di interrompere la convertibilità del dollaro con l’oro, mettendo, di fatto, fine ad uno dei pilasti degli accordi di Bretton Woods.

Da allora il dollaro è divenuto quello che si suole definire “fiat money” una moneta fiduciaria non più “agganciata” ad un sottostante metallo prezioso.

Questo fatto trasformava il “privilegio esorbitante” in qualcosa di paradossale: da quel momento, per assurdo, gli Stati Uniti avrebbero potuto, teoricamente, acquistare beni e servizi dal resto del mondo semplicemente emettendo la propria moneta, il cui status di valuta di riserva internazionale si basava ormai solo sulla potenza militare americana. Naturalmente, questo non modificava il fatto che gli Stati Uniti fossero il “fornitore” della valuta che regolava gli scambi internazionali, cioè a dire: che fossero “costretti” a fungere da esportatori netti di valuta. Questo comportava il fatto che gli USA dovessero mantenere un costante deficit della bilancia commerciale.

 

Ala fine degli anni ’70, dopo le crisi che funestarono quegli anni, si concluse la fase “fordista-kenynesiana” del capitalismo americano e (di conseguenza) mondiale. L’avvento dei governi di Margareth Thatcher in UK e di Ronald Reagan negli USA iniziò il ciclo di “politiche neoliberali” nell’economia-mondo, che condusse ad una progressiva deindustrializzazione delle economie “occidentali”, prime tra tutte, quelle della cosiddetta ”anglosfera”.

Per interpretare meglio questi fenomeni ci avvarremo della chiave di lettura fornitaci dagli epigoni degli storici della “lunga” durata”, ovvero coloro che si sono ispirati agli studi di Fernand Braudel e, nella fattispecie al lavoro di Giovanni Arrighi.

Quest’ ultimo, nell’opera “Il lungo XX secolo”, fornisce quella che, a nostro avviso è l’interpretazione epistemologicamente più verosimile (anche se cum grano salis), per osservare i fenomeni su larga scala (o “lunga durata”) ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni.

Secondo la lettura di Arrighi (sulle orme di Braudel), il capitalismo si è sviluppato attraverso quattro cicli di accumulazione capitalistica che si sono succeduti dal suo avvento, nell’Italia del XIV secolo, che egli denomina secondo i centri geografici principali nei rispettivi processi di accumulazione: ciclo genovese-spagnolo, ciclo olandese, ciclo inglese e ciclo americano.

Secondo questa interpretazione,, ogni ciclo di accumulazione è costituito da tre fasi:

1) Un periodo iniziale di espansione finanziaria che, secondo la terminologia marxiana, si potrebbe definire di “accumulazione originaria”[11], nel quale un nuovo ciclo si sviluppa in maniera “parassitaria” rispetto a quello precedente.[12]

2) Un periodo di sviluppo e consolidamento, nel quale si verifica l’espansione materiale o, per dirlo in alrti termini, il periodo del capitalismo produttivo/industriale che, nell’ultimo ciclo, è stato definito “capitalismo fordista/keynesiano”.

3) Una fase terminale di espansione finanziaria o, per meglio dire, di “conversione”, del processo di accumulazione, dalla produzione alla cosiddetta “speculazione finanziaria”. Questo tipo di spostamento è l’espressione di una crisi nella quale, quello che è definito «l’agente dominante dei processi sistemici di accumulazione del capitale»[13], riscontra difficoltà crescenti a creare un adeguato profitto al capitale tramite l’investimento dei capitali nell’economia produttiva e materiale, pertanto, il “capitale mobile” viene indirizzato verso la speculazione finanziaria.

 

Questa sequenza di fenomeni ha conseguenze piuttosto rilevanti sull’assetto sociale dell’economia-mondo[14], nonché per le possibilità stesse della riproduzione capitalistica nel corso del tempo.

Il periodo di espansione finanziaria può apparire, nei primi tempi, come un momento di prosperità economica (come è avvenuto negli anni ’80 e ‘90 del secolo scorso, l’epoca del cosiddetto “edonismo reaganiano”, o durante la belle epoque, a cavallo dei secoli XIX e XX), tuttavia, questa modalità di accumulazione non è mai stata “l’espressione di una soluzione durevole alla crisi sistemica sottostante[15].

In secondo luogo, la finanziarizzazione comporta notevoli costi sociali, dal momento che, questo tipo di riproduzione capitalistica (o “valorizzazione del capitale”), al contrario di quella che avviene secondo modalità di produzione materiale (industriali o d’altro genere), non può sostenere economicamente una vasta classe media, poiché solo una parte esigua della popolazione può spartire i profitti della speculazione e dell’intermediazione finanziaria[16].

Le criticità di questo fenomeno sono ben osservabili in tutto il mondo occidentale attraverso fenomeni quali: l’allargarsi della “forbice” tra salari e profitti a vantaggio di questi ultimi, le bolle finanziarie, l’aumento del debito detenuto dai cittadini, la recessione, la deindustrializzazione, ecc.

Inoltre la finanziarizzazione da luogo a quello che David Harvey ha definito “accumulazione per espropriazione” (“accumulation by dispossession”)[17], nella quale i capitali accumulati diffusamente durante gli anni dell’economia “fordista”, vengono concentrati verso le élites che controllano gli strumenti finanziari. Dal momento che un mezzo monetario non è altro che un diritto ad acquisire beni e servizi per pari importo disponibili nella società[18], questo comporta una diffusa espropriazione di capitale fisico (beni) accumulati dalla società nel suo assieme. Qualsiasi tipo di “bolla speculativa” comporta una diffusa espropriazione di capitali, e una concentrazione di strumenti monetari nelle mani di chi la provoca e la controlla.

«Il risultato è una creazione periodica di uno riserva di cespiti (“a stock of assets”) svalutati e, in molti casi, sottovalutatati in alcune parti del mondo. Questo è ciò che accadde nel sudest asiatico nel 1997-1998, in Russia nel 1998, in Argentina nel 2001-2002. Ed quello che è successo nel mondo intero nel 2008-2009[19]

Un esempio di questo fenomeno sono le cosiddette “privatizzazioni”, che non sono altro che la svendita di beni dello Stato (che non significa semplicemente il “governo”, ma i cittadini dello Stato nel loro assieme), la cui accumulazione è avvenuta grazie all’opera dell’intera cittadinanza.

 

Da tutto questo si possono evincere alcuni dei motivi dell’aumento della sperequazione sociale e dell’allargamento della “forbice” tra salari e profitti, avvenuti, a partire dagli anni ’80, in tutto il mondo occidentale. Uno di questi è dovuto al fatto che, come accennavamo prima, molta parte dei profitti si è spostata sul settore finanziario nel quale c’è poco “lavoro sottostante”. Un altro è riscontrabile nell’estrema liberalizzazione ai movimenti ei capitali e delle merci che hanno favorito le cosiddette “delocalizzazioni”, ovvero il trasferimento degli impianti produttivi verso aree o paesi nei quali il costo del lavoro sia più basso che nei paesi d’origine. Questo processo ha avuto la conseguenza di mettere in concorrenza i lavoratori di tutto il mondo in un’universale licitazione verso il basso del costo del lavoro.

Tuttavia, un minore potere d’acquisto diffuso comporta minori consumi in beni e servizi e tende a favorire la recessione. Questo fenomeno comporta non poche difficoltà per la riproduzione del processo di accumulazione del capitale, perché la stessa accumulazione finanziaria non può verificarsi nell’esclusiva astrazione dei numeri, non può essere esclusivamente quintessenziale ma necessita comunque di una base materiale sulla quale costruire le proprie moltiplicazioni di pani e di pesci.

Questo ha determinato l’insorgenza di due fondamentali problemi: il primo è dato dal fatto che l’impoverimento del ceto medio ha eroso la base per la riproduzione capitalistica stessa. Il secondo è che questo impoverimento diffuso, unito ai tagli dei servizi sociali avvenuto in tutti i paesi dell’occidente, comporta, alla lunga, instabilità sociale e perdita di credibilità delle istituzioni

 

Crediamo pertanto che si dovrebbe interpretare la competizione elettorale americana del 2016 alla luce di quanto appena esposto, competizione che, depurata dalle sciocchezze propagandate dai “mainstream media”, dal clero intellettuale attivamente dedito alla proctoglossia delle èlite, dai pagliacci del canzonettismo internazionale e dai guitti hollywoodiani, è stato, verosimilmente lo scontro tra due visioni opposte circa la sostenibilità (intrinseca) del sistema di riproduzione capitalistica adottato, negli ultimi decenni, dall’economia-mondo ad egemonia statunitense.

 

Il candidato Hillary Clinton, con ogni probabilità rappresentava la visione del mondo di coloro che intendevano proseguire nella direzione tracciata sin dall’epoca di Reagan, e seguita nei decenni successivi da tutte le amministrazioni, repubblicane o democratiche che fossero. Tenendo conto di ciò che abbiamo scritto precedentemente, quest’ ultima si potrebbe sintetizzare, in maniera schematica, nei seguenti punti:

 

1) Proseguimento del dominio del dollaro come valuta di riserva internazionale (quasi-world-money, secondo la definizione di Costas Lapavitsas[20]) che, non essendo più basata sulla convertivilibità della valuta di riserva internazione con l’oro, e neppure sulla supremazia economico-industriale che fu propria degli Stati Uniti nei primi decenni del dopoguerra, poteva fondarsi solamente sull’egemonia politico-militare.

Da questo dato è facile comprendere la continua proiezione militare degli USA nel resto del globo, che è volta, come abbiamo detto, ad impedire l’aggregazione di potenze potenzialmente concorrenti per il ruolo egemonico, come ad esempio potrebbe essere quella tra la potenza militare della Russia con la potenza economica della Cina.

2) Per mantenere lo status di valuta internazionale del dollaro, gli Stati Uniti sono costretti a condurre una politica di deficit commerciale, pertanto sono forzati essere un paese importatore e a perseguire una politica di “delocalizzazioni”.

3) Tutto questo porta ad una politica di deindustrializzazione e ad un predominio dell’accumulazione di capitale con mezzi finanziari. Inoltre, Il ruolo del dollaro come “quasi-world money”

«ha consentito il trasferimento di valore, dal resto del mondo, agli USA, non appena la finanziarizzazione ha steso i propri tentacoli in tutto il mondo […] questo fenomeno ha anche considerevolmente esacerbato le tensioni e le instabilità del mercato mondiale, in particolare per ciò che riguarda i flussi globali di capitale mobile»[21]

4) La conseguenza di quanto detto sono davanti agli occhi di tutti: aumento della disoccupazione e della sottooccupazione, ad una notevole riduzione dei salari rispetto ai profitti (i famosi “working poors”), ad una riduzione comparata dei salari, ad un conseguente aumento dell’indebitamento della popolazione e, in ultima analisi, alla scomparsa della classe media, con i problemi sociali conseguenti.

5) Il risultato finale ha portato ad una difficoltà crescente nel processo di riproduzione dell’accumulazione

 

Il candidato Trump (che, alla fine si rivelò vincente), rappresentava, viceversa, una visione del mondo, alquanto differente, che, verosimilmente riconosceva che la potenza americana, e l’economia-mondo da essa guidata, era giunta ad una fase critica, le cui caratteristiche abbiamo schematizzato ai punti procedenti. Pertanto era presumibile che gli Stati Uniti erano destinati a perdere il loro ruolo di assolta centralità[22], a meno di non entrare in una fase di esacerbazione del “caos sistemico” che avrebbe, prima o poi portato ad uno scontro militare diretto con la Russia o con la Cina (o con entrambe)

Non bisogna dimenticare che l’egemonia è un dato di fatto, non un atto di volontà, non basta gonfiare le penne o battersi il petto per affermarla. Per essere effettiva, è necessario ch’essa sia riconosciuta da coloro sui quali si esercita, altrimenti diventa puro dominio coercitivo. Era, ormai, sin troppo evidente che l’egemonia degli USA fosse in declino, e che fosse sostenuta, sotto forma di dominio, soltanto dai cascami di quella che era un tempo, ovvero lo status della propria moneta, le istituzioni che regolavano i rapporti internazionali costruite in un’epoca nella quale l’egemonia americana era indiscussa e, soprattutto, la potenza militare,.

Da questo punto di vista gli USA erano ancora senza pari, ma questa capacità non poteva manifestarsi fino alle sue estreme conseguenze, ovvero arrivare ad un conflitto nucleare con la Russia, perché da quel punto di vista le forze in gioco erano assai più equilibrate e, soprattutto, non avrebbero lasciato vincitori sul campo. E, in occasione del conflitto siriano, si giunse quasi al limite di un confronto militare diretto tra le due superpotenze nucleari. Limite che, probabilmente, sarebbe stato superato se le elezioni presidenziali fossero state vite vinte dal candidato-politicamente-corretto Hillary Clinton.

(Continua)

 

[1] La conferenza di Bretton Woods, che si tenne dal 1° al 22 luglio 1944, riunì i delegati di 44 nazioni e stabilì regole per le relazioni commerciali e finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo. Gli accordi erano un sistema di norme e procedure per regolare la politica monetaria internazionale.

[2] World Trade Organization – Organizzazione Mondiale del Commercio..

[3] 35 dollari l’oncia

[4] Barry Eichengreen, Exorbitant Privilege, Oxford University Press, 2011, p.

[5] http://ticdata.treasury.gov/Publish/mfh.txt

[6] Gourinchas, Pierre-Olivier, and Hélène Rey (2007), “From World Banker to World Venture Capitalist: U.S. External Adjustment and the Exorbitant Privilege,” in Richard Clarida (ed.), G7 Current Account Imbalances, Chicago: University of Chicago Press, pp. 11–55.

Habib, Maurizio M. (2010), “Excess Returns on Net Foreign Assets: The Exorbitant Privilege from a Global Perspective,” ECB Working Paper no. 1158

[7] Cfr. Robert Triffin, National Central Banking and the International Economy, Postwar Economic Studies 1947, 7

[8] Il piano, ufficialmente denominato European Recovery Programme prese il nome dal generale Marshall, promotore del piano che era stato nominato, nel 1947 Segretario di Stato (R. Cameron, L. Neal, Storia Economica del Mondo, Il Mulino, Bologna 2005, pp. 586-587)

[9] Barry Eichengreen, op. cit., p.50

[10] Secondo Peter Garber nel 1963, secondo Giovanni Arrighi nel 1968.

Cfr.:

Peter, Garber, The Collapse of the Bretton Woods Fixed Exchange-Rate System, in Michael Bordo and Barry Eichengreen (eds.), A Retrospective on the Bretton Woods System: Lessons for International Monetary Reform, Chicago: University of Chicago Press, 1993;

Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, Milano, 2014

[11] Cfr. Karl Marx, Il Capitale, Libro I, cap.24

[12] Ovvero il Paese-guida del processo di accumulazione dell’economia mondo. Cfr. Giovanni Arrighi, op. cit., p. 270

[13] Giovanni Arrighi, op. cit., p.271

[14] Definizione di Fernand Braudel, cfr.: Fernand Braudel, La dinamica del capitalismo, Il Mulino, Bologna, 1977

[15] Giovanni Arrighi, op. cit., p. 271

[16] Kevin Phillps, Boiling Point. Republicans, Democrats, and the Decline of Middle-class Prosperity, Random House, New York 1993, p.197

[17] Cfr. David Harvey, The new imperialism, Oxford University Press, 2003

Il concetto di “accumulazione per espropriazione” è, ovviamente, ben presente in Marx, ad esempio nel capitolo XXIV del primo libro de il Capitale: sull’”accumulazione originaria”.

Vedi anche Costas Lapavitsas, Financialised Capitalism: Crisis and Financial Expropriation, Historical Materialism 17:2, 2009, pp. 114-148

[18] Compreso, naturalmente il tempo lavorativo. Da questo punto di vista si può considerare un mutuo per l’acquisto di un’abitazione come l’acquisto, da parte del mutuante, di una quota-parte del tempo di lavoro del mutuatario per l’intera durata del mutuo.

[19] David Harvey, The Enigma of Capital, Oxford University Press 2010, p.246

[20] Cfr. Costas Lapavitsas, Profiting without producing: how finance exploits us all, Verso, London 2013

 

[21] Costas Lapavitsas, op. cit., p. 78<

[22] Da questo punto di vista ci sembrano interessanti le seguenti considerazioni di Pietro Pagliani (a questo indirizzo)

«Più che due sistemi di interessi economici contrapposti, sembra che si sia di fronte a un sistema di potere che vuole difendersi con le unghie e coi denti, contrapposto a un’area non molto definita, sicuramente consigliata politicamente da qualcuno che le cose le sa e le capisce, ovviamente dal punto di vista dell’impero americano, che vuole mettere fine alla strategia che questo sistema di potere porta avanti. Ma questa strategia non è messa in discussione nel suo insieme, bensì negli aspetti politici e geopolitici connessi principalmente alla globalizzazione. …

Indirettamente potrebbero essere messe in discussione e persino osteggiate le diramazioni internazionali di questi giochi. Ma incidentalmente e non nel quadro di una strategia unitaria e coerente. Nelle intenzioni verrà attaccato quello che in fondo è il fenomeno subordinato (la globalizzazione) e non il fenomeno sovraordinato (la finanziarizzazione).

Ciò fa già capire che la risposta alle esigenze espresse dalla parte di società che ha votato Trump sarà monca, contraddittoria, farraginosa, involuta e spesso reticente o totalmente mancante. Sicuramente non sarà né adeguata né risolutiva …

Permetterà però probabilmente di bloccare o di correggere in qualche misura la catastrofica linea geopolitica che la strategia F-G ha da tempo imboccato. Anche in questo caso con contraddizioni e autocontraddizioni. Saremo di fronte molto più a una navigazione a vista che strumentale. Anche la presidenza Trump è un frutto del caos sistemico.

Da ciò è evidente innanzitutto una cosa: la necessità di accorciare le linee, di diminuire il sovradimensionamento strategico degli Stati Uniti, il ritorno a un limes geopolitico più gestibile.

L’attuale geopolitica insostenibile è la conseguenza di una strategia di contrasto della crisi sistemica anch’essa insostenibile nel tempo, a meno che tutto il mondo decida di sostenerla per il beneficio di élite ristrettissime. E quindi a meno che tutto il mondo non sia obbligato con la forza. La politica estera di Trump sembra invece voler tornare alla geopolitica classica dell’equilibrio di potere».

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